martedì 12 luglio 2016

Un provinciale a New York

Ho passato cinque giorni a New York. Con tutta la famiglia.
Approfittando di un viaggio di lavoro della moglie negli Usa, abbiamo organizzato la settimana prima, una visita alla Grande Mela.
Era un po' che mancavo - credo dal 2004, poco prima che nascesse Andrea - e quindi ero curioso di vedere quali cambiamenti erano subentrati in questi oltre dieci anni.
Ma soprattutto ero curioso di vedere come i due figli si sarebbero comportati, come avrebbero reagito, cosa sarebbe piaciuto loro e cosa non.
Come sempre, le reazioni, generalizzando un po', sono state opposte.
Andrea ha apprezzato ma sempre con un animo critico, un po' pantofolaio e un po' chiuso. Sempre a paragonare con l'Italia, con Milano, 'da noi è più bello, da noi è più buono...', credo più che altro con un senso di nostalgia.
Ma bisogna capirlo, a sua difesa. Sta entrando in quel periodo pre-adolescenziale, in cui tutto fa schifo, in cui nessuno lo capisce e in cui tutti sono dei benemeriti dementi. Comunque ha apprezzato e credo che sia divertito.
Poi c'è Bianca, fenomenale donna del suo tempo, sempre entusiasta, sempre positiva, sempre arrembante, sempre nervosa come una belva ma sempre con la voglia di fare.

Andare a New York è molto faticoso. Si macinano chilometri, fa caldo a luglio, milioni di persone da scansare, file da fare, casino indescrivibile, rumori devastanti, puzza a gogò.
Ma è sempre estremamente affascinante toccare con mano la città che non si ferma mai, dove avvengono molte delle decisioni che muovono le leve del mondo.
I ragazzi sono stati bravissimi, hanno tenuto duro, sono stati collaborativi e hanno retto il colpo fino alla fine.

Abbiamo visto:
- Central Park in lungo e in largo con ossequio obbligatorio al luogo 'di culto' Imagine in onore di Lennon (perché New York è così, prima ti ammazza poi però coltiva il tuo ricordo)
- Rockefeller Center con visita sul tetto del grattacielo, esperienza bellissima soprattutto perché non la solita salita nei grattacieli più recenti ma un vero salto nell'immaginario dei film degli anni '50 e '60
- Moma e Met, straordinari luoghi di cultura con quadri straordinari che siamo abituati a vedere solo sui libri (uno fra tutti Van Gogh)
- Ground Zero, Memorial dell'11/9 e Freedom Tower, luoghi obbligatori per un ricordo, per raccontare ai due eredi quanto è successo e per vedere questo nuovo grattacielo straordinario dalle linee sfuggenti
- Lincoln Center, di sera, bellissimo luogo con le grandi vetrate dell'Opera, uno dei luoghi preferiti dai film di Woody Allen
- New York Times per vedere il palazzo di Renzo Piano
- Wall Street più che altro perché si era già in zona, sempre poco attraente
- Public Library, con visita interna, bellissima, non era mai stato, grande fascino. E tutta la zona intorno
- High Line, la vecchia linea ferroviaria chiusa e ristrutturata come percorso sopraelevato, parco e luogo di venti. Una straordinaria sorpresa, bellissima, quasi percorsa per intero
- Viaggio 'obbligatorio' con il battello nella baia, costeggiando la Statua della Libertà, Manhattan dal fiume, ponte di Brooklyn e nausea di prammatica
- ...e poi negozi vari, strade, palazzi, persone, cibi fetenti, acque minerali dal costo esorbitante, informazioni inutili e ridondanti, persone che ti continuano a tampinare per venderti di tutto, cantieri in tutta Manhattan con rumori e polvere insostenibili, donne bellissime, uomini idem, obesità diffusa e obbligatoria e, come tutto in Usa, tutto eccessivo, grande e debordante.

La ciliegina, impensabile anche al più formidabile regista di vita, è stato l'incontro fatto al Met.
Facciamo la fila al ristorante del museo prima della visita. È passata l'una da un pezzo, i ragazzi hanno fame dopo una lunga camminata che ha preso tutta la mattina.
Simona vede un tavolo e ci si butta. Io arrivo con i ragazzi poco dopo, con vassoi e hamburger di prammatica (l'unico che abbiamo mangiato).
Ci sediamo, ci si prepara al pranzo, salse sulle patatine, coca cola dal costo ridicolo e dalle dimensioni industriali. Insomma ci si rilassa finalmente e si comincia a pranzare. Alzo lo sguardo, giro gli occhi dopo il primo boccone.
Una rapida occhiata al tavolo. Questo viso...
Poi lo sento parlare, questa voce...melodiosa e bellissima.
Guardo meglio, aguzzo la vista e poi mi si rivela, a un metro da noi, Art Garfunkel.
Un'emozione grandissima, uno dei miei punti di riferimento musicali che ancora oggi spesso e volentieri riempie i miei momenti di relax. Lo riconosco dopo un po', vista ormai quasi la pelata totale e gli anni che si vedono tutti, abituato come sono a vederlo ancora come quarant'anni fa, con la i riccioli d'oro a forma di cespuglio.
Rubo qualche foto, sicuramente si accorge che gliele faccio, è al tavolo con - credo - suo figlio.
A un certo punto si alza e se ne va, e andandosene si gira verso di me e mi dice:
- Great kids!!, indicando i due ragazzi. Mi strizza l'occhio e fa ciaociao con la manina.
Io lo ringrazio e mi ributto sul mio hamburger di legno, che a quel punto, mi sembra un nettare degli dei.



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