giovedì 2 giugno 2011

Distacchi celestiali

Ora sono io che lo cerco.
In fondo, aldilà delle schermaglie di natura 'episcopale', quell'uomo, quella voce infondevano un senso di serenità e di pace che mai nessuno era riuscito a trasmettermi.
La giornata di festa permette di non avere fretta, di aggirarsi per la città liberata con un sorriso sulla bocca, incrociando gli sguardi, assaporando l'arancione che ancora spennella la città.
- Allora sei contento? sento bisbigliare alle mie spalle.
Eccolo, penso, e allungo le braccia per abbracciarlo.
È inconsistente tra le mie braccia, sembra svanire sotto le mie mani, ma ricambia l'affetto.
- E sono contento sì! Ho provato emozioni, sensazioni e speranze, che da anni non provavo. L'altra sera, in piazza, ritrovarsi a decine di migliaia, uniti, sorridenti e pieni di voglia di cambiare, è stato formidabile. Ora, naturalmente, viene il difficile.
- Ne sono contento anch'io.
Ci guardiamo negli per occhi per qualche secondo.
- E tu, invece, come stai? mi domanda, curioso.
Le lacrime spingono per uscire, abbasso gli occhi, cerco contegno.
- Tutto è ormai molto difficile in questo mondo. Ogni giorno è una sfida alle proprie incapacità e debolezze, mentre in contemporanea lotti contro l'egoismo, la stupidità, l'intolleranza e le pochezze altrui. E contro la vecchiaia, propria, e dei tuoi parenti prossimi, che lentamente ci lasciano soli, sperduti. E poi la crisi economica, il governo, i giornali...
Mentre mi 'denudo' di fronte a quest'uomo venuto da lontano, mi meraviglio della mia disponibilità ad aprirmi, a raccontarmi.
- E sappi che è la prima volta che parlo con qualcuno così, senza barriere, senza armi, senza protezione, spiego al mio interlocutore.
- E perché proprio con me?, mi sfida.
- Non lo so. Il bisogno ogni cinquant'anni di tirare il fiato, forse. Oppure, semplicemente, è la prima volta che qualcuno mi ascolta, o che sembra farlo. E mentre dico questo, mi accorgo di sfiorare un po' il dramma, o peggio il melodramma, e quindi corro, in affanno, a rettificare subito.
- Non è forse la prima volta, ma sicuramente con te io riesco ad aprire cuore e mente con maggiore facilità. E detta così sembra più un'analisi scientifica, un report professionale, che limitano i 'danni' di un'esasperata apertura verso il prossimo che decisamente non mi confà.
- Allora ho vinto, e in poche mosse tra l'altro, mi accarezza con la voce.
- Vinto? chiedo io.
- Non avevo altro scopo, non avevamo altro obbiettivo. Sgretolare la tua crosta di ghiaccio; intaccare la tua presunta sicurezza; abbassare le tue barriere; sciogliere la tua granitica consapevolezza di essere nel giusto.
- Ma io sono nel giusto, sempre, o quasi..., ribatto con un sorriso ironico stampato sulle labbra.
- Forse è così. Anzi sicuramente. Ma l'importante, mi dice con sfrontata decisione, è comunque ascoltare, confrontarsi, dispiacersi, e a volte, annientarsi di fronte agli altri.
- Annientarsi? ma tu sei fuori, ragazzo mio, mandandolo a quel paese con un braccio.
- Il mondo ha bisogno di te, caro piccolo uomo. E tu di lui. Aiutalo e lui ti verrà incontro. Sparisci e lui ti verrà a cercare. Racconta di te e lui ti aprirà il suo cuore.
Trangugio, in evidente imbarazzo e alle prese con uno tzunami di emozioni.
Mi abbraccia. Ora è più forte.
- Questa è l'ultima volta che ci vediamo. Abbi cura di te.
Se ne va.
E io rimango a lungo con il braccio alzato a salutarlo, anche quando scompare definitivamente dalla mia vista.

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