lunedì 18 ottobre 2010

Il conte Ugolino

Dieci giorni e più solo con gli Squali sono tosti, difficili e maledettamente faticosi.
Ma forse il più è fatto visto che siamo usciti indenni dal week end che impegna 24ore su 24, soste in bagno incluse.
Ma l'altra sera ho rasentato l'infanticidio, oltre che l'infarto.

Sabato sera, cena da amici dopo qualche ora di gioco pomeridiano tra bambini.
Tutto fila normale, consueto, senza particolari sussulti.
Ore 21,30, è ora di andarsene. Ci vuole 20 minuti per tornare, poi diluvia, poi bisogna salire in casa, poi mettersi il pigiama, poi fare la fila in bagno, poi scaldare il latte, poi... insomma meglio andare.
E loro, gli inutili esseri non ancora cresciuti, che cosa fanno, dopo che ho giocato con loro tutto il giorno, che me li sono smazzati anche al supermercato, che gli ho preparato colazione, pranzo e merende varie, che li ho fatto giocare con i loro amici...loro che fanno?
Si mettono di traverso, a casa d'altri, così, solo per rompermi i cabasisi.
- No, non voglio, esordisce il più grande, che è uno scientifico terrorista seminaguai. Lui butta il sasso e poi si tira in disparte per vedere di nascosto l'effetto che fa.
Io lo fulmino con uno sguardo, ma ormai la bomba è innescata, ed è senza miccia, non ci si può fare nulla.
- Anch'io non vojo, replica l'attrice numero due, il soprano dell'opera, che rincara la dose inventandosi qualche passo di danza russo e rifiutandosi di rimettere le calze che già da tempo, con senso dell'eleganza, aveva scaraventato in qualche angolo della casa.
Cerco di fare appello alla mia pazienza e alla mia innata, e quindi perdente, autorevolezza nei confronti dei miei figli.
Lei scalcia, rantola, si arrotola, rincula, si rannicchia, si distende. Il tutto urlando come una pazza.
Ma siccome di pazienza io non ne ho scatto subito come una molla.
La prendo, la blocco, la giro, le rigiro, il tutto cercando di controllare il mio imbarazzo in mezzo a persone, sì amiche, ma pur sempre estranee. Sembra un incotro di lotta greco-romana.
Risultato? Nessuno.
Provo a blandirla.. Risultato? Nessuno.
Allora scatta il piano B oppure il Q, che ne so, che è quello che recita 'ora basta!'.
Le si infila il golf con autorità, le si cala addosso con violenza la giacca e con i piedi nudi e scarpe e calze in mano si esce.
Per farla breve. Urla, scalci degni di Francis l'Asino Parlante, spintoni.
Fino a quando finalmente, tra lacrime copiose, si entra in auto e si parte.
Ma lì, solo come un pirla, sotto un diluvio universale, mollo tutto e mi metto a urlare come una lavandaia, nella macchinetta giapponese di mia moglie, contro quei due farabutti che non sanno cos'è la gratitudine, non sanno cos'è l'attenzione e il rispetto verso il loro padre, contro tutto e tutti.
Loro muti, terrorizzati.
Rientriamo a casa a passo dell'oca, - "il primo che fiata fa una brutta fine!!", mi sento gridare - li ficco a letto, non gli dò il latte per punizione (che cretinata...) e finalmente mi siedo in salotto in attesa che i due si perdano finalmente tra le braccia della notte e i loro maledetti sogni.

Lì mi rendo conto di due cose:
1 - che sono in pieno età a rischio d'infarto per i cosiddetti maschi. Mi sento il cuore in gola.
2 - che nessuno mi pagherà mai un centesimo per tutto quello che sto facendo...perché è giusto che lo faccia, perché loro sono bambini, perché sono i miei figli e perché li amo alla follia.

Dopo mezz'ora sono nella loro stanza, mentre dormono, con i loro respiri pesanti, con le gambe di qui e le braccia di là, con le coperte per terra, con i giochi sparsi per tutta la stanza, e li abbraccio, li bacio fino a quasi svegliarmi, appisolandomi nel letto di Pilù.
Mi risveglio dieci minuti dopo, con la schiena che urla, e mi trascino fino al mio letto, con un forte senso di colpa.
Ma va?

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