lunedì 13 febbraio 2017

Un cammino sempre più breve

Il tema del tempo che passa è vecchio come il tempo.
Chi più chi meno (molti meno, hanno altro da pensare per fortuna loro) hanno affrontato la questione, rigirandosi come calzini, di fronte all'orologio che scandisce i secondi in modo inesorabile.
È una gabbia da cui non si ha modo di uscire, l'unica vero aspetto della vita terrena su cui il povero umanoide non può intervenire.

Ogni giorno, di fronte allo specchio mattutino i segni fisici del decadimento, i capelli che ormai sembrano spinaci andati a male, le occhiaie che aumentano nonostante il sonno ritrovato, i dolori sempre più diffusi che ti prendono alla sprovvista nelle parti del corpo più nascoste, sono ignobili richiami d'attenzione a le ore che passano, anche nei momenti di maggiore felicità e spensieratezza.
A volte capita di rivederti in alcune foto, anche di pochi mesi fa, e ti accorgi ancora di più che il fiume scorre, inesorabile, senza possibilità di frenarlo, impetuoso.
Ma i segnali non sono solo fisici.
Sono soprattutto quelli di disponibilità verso il mondo, di capacità di comprendere le situazioni, di riuscire come una volta a rimanere concentrati sulle cose e sulle situazioni che ti paiono davanti.
Ma soprattutto, sopra tutto, ti ritrovi con facilità improvvisa, a sognare a occhi aperti, a vagare con la mente in mondi e storie che ormai sono solo nella tua mente, non esistono, o meglio non esisteranno mai.
È una sorta di antidoto, penso, contro la sempre più lontana possibilità che le cose cambino, che la vita offra ancora possibilità di sterzare, che il mondo possa offrire nuove prospettive.
Non è un improvviso risveglio, è una lenta ma una costante veglia.

Poi ti raccatti, fai l'elenco delle incombenze quotidiane, metti in fila gli affetti a cui ti devi dedicare, infili le scarpe e ricominci a camminare.
Ma ogni giorno i piedi fanno sempre più male e la distanza che riesci a percorre è sempre, un pochino, più breve.

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