venerdì 25 novembre 2016

Tutor

In un weekend in cui si prospettano fuochi e fiamme e ricchi premi e cotillons, Andrea farà da tutor (tra tanti) nell'open day della sua scuola. Sono certo che ubriacherà tutti quelli che gli faranno domande sulla scuola.

Lo guardavo l'altro giorno.
È appena uscito da quattro giorni di influenza e, come da copione, sembra aver fatto l'ennesimo balzo in altezza.
Ero seduto in poltrona a leggere quando mi è passato davanti, canticchiando 'Andiamo a comandare', quel tormentone che continua a tormentare.
Io ho alzato gli occhi - ma prima di tutte le sopracciglia in segno di ironico disgusto - e me lo sono trovato davanti, altissimo.
Se, come è normale, gli anni passano, se i figli, come è normale, crescono, è indubbia la difficoltà del loro padre di riuscire a stare al loro passo.
Ormai Andrea sta per entrare nell'adolescenza, sta muovendo i primi passi verso quell'insopportabile approccio alla vita che tutti abbiamo dovuto digerire - e far digerire.
Spesso saccente, spesso arrogante, spesso rissoso, spesso competitivo, spesso triste, spesso in discussione verso se stesso, spesso assente, spesso strafottente.
Ma sempre più spesso un interlocutore di chiacchiere più alte, sempre più spesso sensibile a quello che gli succede intorno, sempre più spesso curioso verso il mondo, fuori e dentro di sé.

L'altro giorno (come tutti i mercoledì sera), in quel posto dimenticato da dio dove gioca a pallavolo, sono andato a prenderlo.
Io ero tornato dal lavoro a casa alle 20,00, il tempo di salire in casa per cambiarsi dopo l'ennesima acquata presa in moto, prendere le chiavi dell'auto, e uscire subito per essere recuperarlo entro le 20,15.
Arrivo in quella scuola, posteggio, entro in quella struttura che ricorda più un carcere che una scuola, lo vedo finire l'allenamento in palestra da cui, una volta terminato, esce per entrare nello spogliatoio.
Insieme alle mamme degli altri ragazzi (possibile che quasi sempre in queste incombenze di figli io sono sempre l'unico uomo?), attendo che escano cambiati per tornare a casa.
Sono ormai le 20,30. A un certo punto si apre la porta dello spogliatoio, escono tutti e lui, in mezzo al gruppo è, insieme a un altro, il più alto.
Discutono, gesticolano, parlano. Sembra un gruppo di adulti che escono da un locale, o da un posto di lavoro, e che discutono di chissà che cosa.
Mi vede.
Gli si illumina il viso. Si gira verso i suoi compagni salutandoli, e si incammina verso di me velocemente.
Mi raggiunge.
Borbotta un ciao. Io gli metto un braccio sulle spalle e lui ricambia allungando il suo intorno alla mia vita. Prima arrivava a fatica al mio fondo schiena, ora facilmente si appoggia sui miei fianchi.
Mi accorgo fisicamente di questo gesto.
Lo guardo e mi accorgo che ormai la sua testa mi arriva al viso.
Lui mi sorride, dolcissimo.
- Sono diventato alto, vero Papi? mi dice, come se leggesse nei miei pensieri.
Io sto per rispondergli ma lui mi anticipa.
- Ce ne andiamo? mi sussurra, come volesse prendere lui da oggi in poi le decisioni.
Io prendo le chiavi dell'auto e usciamo dal carcere.
Manca molto, moltissimo al passaggio di testimone.
Ma tra poco lui sarà davanti a me.
E io sarò, questo è il mio dovere, comunque sempre al suo fianco.

Lo guardo negli occhi ancora una volta e capisco, una volta di più, il suo amore per me. Ma soprattutto il mio per lui, sempre più forte, esclusivo.


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