venerdì 15 febbraio 2013

Una canzone ci seppellirà

Gli Squali sono oltre cortina, per questi due giorni di vacanza per il carnevale (ma era così anche ai bei tempi andati? io non ricordo che chiudessero le scuole per la festa più inutile della storia mondiale...).
Il silenzio della casa, la pace serale e la calma al mattino invogliano a riflessioni, ad annusare l'aria - gelida - della notte, a svegliare i demoni che vivono sopiti nell'animo.
E allora basta aprire un po' gli occhi, una fessura, e accorgersi del fastidio, della sensazione di repulsione, della noia formidabile che il mondo che ti circonda ti impone.
E non parlo solo della squallida campagna elettorale, al limite del surreale e del parossismo che stiamo raggiungendo. Ma non voglio perdere altro tempo sull'argomento.

Basta stravaccarsi, con aria bue e con ogni barriera abbattuta davanti alla tv e ti accorgi in quale mondo perduto ci tocca spendere gli ultimi decenni (speriamo) della propria vita.
E ci si accorge, tra chef a ogni ora, quiz indecenti e film inguardabili - udite, udite! - che il festival di Sanremo è forse uno degli appuntamenti più sani e di qualità.
Non entro nella qualità della musica, nelle capacità dei singoli cantanti, nella bellezza delle canzoni. E neanche nella conduzione. Io da tempo ho abdicato nei confronti della musica 'moderna' ancorandomi alla 'mia' musica e fregandomene totalmente di quello che è successo dopo.
No, io mi riferisco all'evento, in quanto appuntamento sociale, culturale e di costume.
Il festival, da tempo al centro della vita del Bel Paese, trasmette - almeno al di fuori - un senso di vitalità, di voglia di vivere, di 'felicità.
Tutta la banda di ragazzine e ragazzini che rincorrono - non solo virtualmente - i loro idoli, stranieri o nostrani che siano, ha un che di meraviglioso e infonde, almeno a me, grande serenità.
Senza fare alcuna considerazione di qualità.
La musica continua ad avere un grande ruolo non solo di svago, ma soprattutto di medicina per le brutture di un mondo che sembra non avere più speranze.
Le urla delle ragazzine di fronte ai Beatles di 50 anni fa non sono molto diverse da quelle che oggi risuonano tra le strade di Sanremo alla vista di qual cantante o di quel gruppo.
La caccia agli autografi, e la rincorsa dei propri idoli anche sui social network, sono solo segni di vita e non aspetti di un degrado culturale.
La differenza è che tra i ragazzini ci sono sempre più spesso spicchi di popolo che ragazzini non sono più, e quindi quello forse può preoccupare un po'. Ma si sa, oggi il titolo di ragazzino/a ha subito una sorta di ampliamento anagrafico estremo.
Ma è così, perché l'Italia è questa. Ed è quella che ci governerà nel prossimo futuro.
In attesa, tremando un po', mi metto le cuffie e lancio 'Revolver'...

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