martedì 8 gennaio 2013

Maestri di perdono...

...o grandi professionisti del dimenticare?

Interessante questo articolo che il Corriere.it riporta in home page stamani.
Il punto di vista è quello scientifico/medico/salutistico.
In pratica la tesi espressa ci presenta il perdono come una panacea della pressione e quindi un vero e proprio toccasana per la salute del cuore.
Basta sostituire rabbia e risentimento con sentimenti di compassione e comprensione e gli effetti positivi sul sistema cardiovascolare saranno immediati.
In pratica quando ci viene il sangue al cervello, quando ci arrabbiamo e meditiamo vendetta-tremenda-vendetta, rischiamo l'infarto. Se ritorniamo buoni tutto si calma e quindi rientriamo nei valori d'equilibrio.

Ma aldilà della questione salutistica, è interessante il tema opposto, quello della vendetta.
È un terreno spinoso, terribilmente accidentato, riflesso oscuro delle menti libere.
'La vendetta è un piatto che si mangia freddo' recita uno dei più violenti proverbi che la nostra lingua abbia mai partorito.
Sì, perché presuppone di aver subito un torto, aver capito cosa sia successo e aver fatto macerare, crescere e maturare un risentimento tale da dover, alla fine, vendicarsi.
Nella nostra società cattolica, il perdono è parte integrante della nostra cultura di vita. È uno degli elementi su cui si basa la convivenza di un paese confessionale come il nostro. Almeno a parole.
Infatti come tutti i diktat ecclesiastici - nelle domenica e nelle feste comandate oggetti di culto e di osservanza - nella vita di tutti i giorni invece, in barba a catechismi e comandamenti, ognuno scatena i peggiori istinti e si disegna la propria via alla redenzione passando attraverso le peggiori nefandezze. Ma poi c'è il perdono, la confessione, che come il Dash lava via tutto...

Quindi la vendetta è un piatto che si mangia freddo, anche se a volte lo si consuma tiepido, a volte bollente e a volte prima ancora di essere servito, ancora in fase di cottura. Alla faccia della pressione.

Questo è un paese che perdona tutto.
O almeno sembra.
O forse dimentica tutto...


1 commento:

  1. É molto interessante questo punto sul perdono.
    Mi ricordo, anni fa, andai a vedere una rappresentazione teatrale a Massenzio a Roma, sulla vita di Nerone e della sua discutibile madre. Alla fine dieci spettatori dovevano decidere se condannare o assolvere Nerone. Ovviamente passò l'assoluzione sull'onda del fatto che il povero Nerone era stato educato da una madre degenere: non era colpa sua insomma.
    Ed é proprio tipicamente nostro, probabilmente cattolico, quello di perdonare perdonare, perdonare come se riconoscere una responsabilità sia una sorta di onta non lavabile.
    La mia esperienza sul perdono é invece molto positiva. Ha degli effetti eccezionali per prima cosa su di me e viene da una consapevolezza ovvia: ledo talmente tanto il diritto altrui che perdonare gli altri semplicemente é la cosa più naturale per me da fare. Ma questo é diverso dal porgi l'altra guancia e basta. Io non credo che Gesù abbia detto davvero una cosa del genere e comunque non solo. La responsabilità rimane, non può essere cancellata in nessun modo. Gli effetti delle azioni restano comunque.
    La responsabilità dell'errore e dell'aver leso il diritto altrui é nella mia esperienza il primo, necessario passo per cambiarmi in meglio. E se la vita, o qualcuno me lo fa notare, magari mi fa soffrire ma la vita mi ha insegnato che é un bene. Ed essere perdonato é una cosa che mi motiva e rasserena. Ma questo non significa che la mia responsabilità sia cancellata. Quella resta! Resta! Ed é una risorsa straordinaria, non una colpa incancellabile.

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