venerdì 16 aprile 2010

Telefono casa!

Non voglio raccontare le stesse cose che ci presenta Repubblica stamattina in un riquadro nelle pagine culturali.
Ma visto che sono a Roma e ho preso il Frecciarossa stamattina, mi sono ritrovato nelle sue parole e nel suo racconto.
Gli italiani urlano al cellulare. E non perché non si fidano della tecnologia (un tempo per farsi sentire nelle cosiddette interurbane bisognava urlare), ma semplicemente perché si vogliono far sentire, vogliono farsi ascoltare.
Vogliono essere sul palcoscenico per farsi accettare, per avere assensi, affiancamenti, complicità.

Stamattina c'era un uomo seduto dietro di me che, evidentemente, parlava con l'amante. Tra un bisbiglio e l'altro urlava ai sette venti - e più di una volta - "No, non posso dirlo a mia moglie, non ancora (cioè mai, pensavo io). Ma chissà perché era l'unica cosa che si sentiva con chiarezza mentre tutto il resto, forse meno importante per il pubblico pagante, veniva sommessamente sussurrato.
Il mio vicino di viaggio ogni volta che sentiva reagiva in modo diverso:
- la prima volta mi ha guardato e sorriso
- la seconda mi ha guardato e sorriso e ha accompagnato il tutto con un movimento della mano (come quando diciamo a qualcuno di passare...)
- la terza non ha alzato gli occhi dal giornale che leggeva e ha scosso la testa un po' sconsolato
- la quarta, l'ultima, ha alzato entrambe le braccia (come fa il papà in segno di totale dedizione a Dio), si è alzato ed è andato in bagno.

Un'altra signora, un po' più lontano litigava con il figlio (erano le 8,30, povero figlio) perché non si era ancora alzato e non era andato all'università a lezione come concordato precedentemente.
"Se continui così col c...o che ti laurei" la mamma, elegante e forbita, gli urlava nel telefono con gli occhi fuori dalle orbite, cercando aiuto nel vagone. Non so se il figlio ha 42anni o che cosa; in tal caso l'esasperazione manifestata dalla genitrice aveva un qualche fondamento.

L'ultima telefonata a cui ho avuto il piacere di assistere era invece di un signore, avanti nell'età, che cercava di giustificare il suo viaggio a Roma probabilmente con il suo capo, padrone, o boss che, a quanto pare, non era d'accordo nella decisione.
"Ma se  non venivo oggi non sarei potuto venire per molto tempo" si giustificava. Dall'altra parte qualcuno recriminava sulla sua assenza, proprio oggi.
Fa sempre un po' male vedere una persona ormai anziana strapazzata e, diciamocelo, anche umiliata. I suoi occhi erano bassi, sconsolati, persi.

Ora sto per tornare. Chissà che amenità e che varietà troverò al ritorno.
Una cosa è certa. Se telefonerò o verrò chiamato, avrò un tono di voce sommesso, sottile e difficilmente percepibile anche al mio interlocutore.

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